Il tempo della felicità. Racconto A20 “Contest All’ultimo minuto”

All’ultimo minuto è il contest di scrittura a tempo del Garfagnana in giallo. La prima edizione ha visto numerosi autori sfidarsi partendo dall’incipit di Alice Basso. In vista della premiazione del Garfagnana in Giallo 2022, che si terrà a metà luglio, pubblichiamo i racconti per la lettura e la valutazione da parte dei lettori e dei giurati. Il bando lo potete trovare qui  www.garfagnanaingiallo.it Scadenza 15 giugno 2022

Il tempo della felicità.

Non era affatto una notte buia e tempestosa. Magari lo fosse stata. Una di quelle belle nottate di tormenta, in cui il vento ulula e la pioggia sferza i vetri, e qualsiasi impresa tu intraprenda si ammanta di dramma e di pathos.

Quanto gli  sarebbe piaciuto, avere un po’ di supporto scenografico da parte di Madre Natura. Così, tanto per aiutare la motivazione, per rendere ancora più epico e memorabile ciò che lui era in procinto di fare.

Invece: niente. Aria ferma. Calma piatta. Nessun cenno di empatia da parte del cosmo.

Si rimboccò le maniche. Non importava che l’universo sembrasse imperturbato e indifferente: lui aveva da fare una cosa di capitale importanza. Una cosa che gli avrebbe cambiato la vita.

Fabrizio continuava a rimuginare su ciò che stava cercando mentre si lavava le mani prima di andare a cena, voleva un atto unico lui e La natura uniti in un sol gesto.

L’attesa  era parte della sua vita,  ne aveva fatto quasi un piacere nel piacere e  l’attendere il momento giusto, quel salto tra il non essere e il diventare, tra il nulla e il potere, tra la via e la morte.

Non si ricordava come era iniziata quella sua fissazione; gli era rimasta incollata da piccolo quando giocava tra i covoni di grano e si rotolava tra i chicchi prima che venissero insaccati e portati al mulino.

Gli era rimasto addosso l’odore e il sapore del grano appena trebbiato  e soprattutto quella gioia, quei momenti di felicità che non aveva più provato.

Tutta la sua vita era stata una fatica, i genitori che lo avevano lasciato da piccolo ai nonni  prima di morire nel loro ultimo viaggio, aveva abbandonato gli studi universitari per trovarsi un lavoro che potesse  renderlo libero e lasciare la casa dei nonni e allora quei giorni della trebbiatura quando si rotolava tra il grano gli erano rimasti come l’ultimo momento di felicità vissuta e la ricercava in ogni persona che incontrava come una belva affamata e quando la sentiva arrivare non aveva più freni; doveva uccidere per ritrovarsela addosso fino a che non fosse svanita.

Non importava il genere delle sue vittime, l’importante era il loro odore, il colore della pelle e dei capelli: dovevano riportare a lui  i chicchi di grano , quel loro scorrere, quel loro scivolare tra le mani.

Aveva studiato per tanto tempo come avrebbe dovuto uccidere per non disperdere nulla di ciò che aveva cercato e aveva scartato da subito l’idea della pistola, si rapida  ed efficace ma avrebbe lasciato l’odore della polvere da sparo rovinando tutto.

Una lama, rapida, silenziosa ma il sangue avrebbe anche esso coperto l’odore leggero del grano appena raccolto e alla fine aveva deciso di usare le mani nude; aveva preso lezioni per anni di boxe e karate  cercando di diventare veloce per non farsi sorprendere e per non dover faticare troppo.

La prima vittima era stata un bimbo di sei anni; lo aveva visto per caso passando davanti alla scuola elementare nell’orario di uscita: biondo, esile come una spiga e con la pelle color miele; aveva annusato nell’aria il suo odore e aveva capito che non poteva lasciarselo scappare: era suo, era il suo sacco di grano nel quale affondare le mani e godere.

Per giorni lo aveva aspettato davanti alla scuola e giorno dopo giorno aveva conquistato la fiducia del piccolo, Marco si chiamava Marco, fino a quando una mattina lo convinse ad andare con lui al parco giochi poco lontano per tirare quattro calci al  pallone che Fabrizio portava sotto braccio.

Era stato facile; una volta salito in macchina lo aveva portato fuori, in periferia lì dove la vita si è stancata di mordere e la gente non si chiede più nulla.

Lo aveva lasciato raccontare delle sue partite con i suoi amici e di quanto fosse bravo a fare gol e poi con un sorriso lo aveva strangolato senza il minimo senso di colpa; lo aveva annusato e tenuto tra le braccia per ore, assaporando, ad occhi chiusi, il suo odore e il suo sapore tuffando la faccia trai capelli o leccando ogni centimetro della sua pelle.

Quando si era saziato di quella felicità aveva gettato Marco, come una spiga vuota, dentro un cassonetto nella zona industriale tra vecchie batterie d’auto e lamiere arrugginite ed era tornato alla sua vita di impiegato del catasto.

Riusciva a sopravvivere al suo desiderio di felicità per parecchio tempo proseguendo la sua vita normale; non  aveva memoria di ciò che aveva fatto perchè tutto si dissolveva in quei momenti, in quei minuti in cui toccava di nuova la felicità.

Era un serata di mezza estate, la città era deserta, le strade ingombre, come sempre, di spazzatura emanavano un fetore insopportabile.

Fabrizio Rossini camminava lentamente verso il suo ufficio, chiedendosi per la millesima volta, come erano potuti cadere così in basso.

Eppure i segnali erano chiari, eppure tutti sapevano di correre verso il baratro, ma come topi incantati dal Pifferaio, avevano continuato e stavano ancora correndo.

Ora il Pifferaio era cambiato,  la musica no.

Alcune figure razzolavano fra la spazzatura, neri e sporchi cercavano qualcosa che si potesse vendere o barattare. Era un pomeriggio di mezza estate, la città era deserta, le strade ingombre, come sempre, di spazzatura emanavano un fetore insopportabile.

Fabrizio si diresse verso il piccolo market di fronte al palazzo del catasto; doveva comprare il pranzo, era giovedì e sarebbe uscito nel pomeriggio inoltrato.

Susanna era stata una sorpresa; era la cassiera di quel piccolo market; avrà avuto venticinque anni e aveva iniziato da pochi a giorni a lavorare.

Era bellissima, bionda, slanciata, con due tette da urlo;  indossava un top malva con una notevole scollatura sopra un paio di pantaloni neri attillati, sandali con tacco alto, anch’essi neri.

Aveva degli splendidi capelli, lunghi mossi e quel giorno li aveva racchiusi in una treccia  che gli ricordava una spiga; aveva la pelle ambrata  e soprattutto l’odore, si l’odore giusto.

Fabrizio rimase per un po’ ad occhi chiusi gustando quella sensazione che gli prendeva lo stomaco:

“Mi scusi ci sono problemi?”

“No mi scusi stavo controllando se avessi preso tutto per il mio pranzo; ecco fatto”.

“5 euro e novanta”.

Fabrizio ringraziò e nel salutare chiese il nome alla ragazza con la scusa che era stata così paziente con lui che invece era stato un vero disastro:

“Susanna”.

Ritornò nel suo ufficio che  benché piccolo aveva un suo fascino, lungo le pareti una boiserie di mogano dava un tono molto british, la scrivania anch’essa di mogano era un monumento.

Non riusciva a non pensare a Susanna, a quella treccia che era impossibile  non cogliere.

Il tempo, si era dato sempre tempo prima di colpire, aveva imparato l’attesa, il dilatarsi delle ore , dei minuti dentro le mura della sua casa ma questa volta non poteva, no non poteva.

Era uscito dal lavoro per la chiusura del market, avrebbe aspettato Susanna e poi con una scusa l’avrebbe accompagnata a casa.

Era tutto stabilito, non poteva andare male ; non doveva andare male.

Era scesa la notte; chiese a Madre  natura di accompagnarlo nella sua decisione; voleva ritrovare la felicità di quel bimbo tra il grano, voleva riascoltare la sua risata, i suoi occhi stretti nel sorriso.

“Susanna ,ciao”.

“Salve sig. Rossini , le serve qualcosa?”

“No volevo ancora scusarmi per l’altro giorno, per averle causato del fastidio e pensavo di invitarla a mangiar qualcosa”.

“ Grazie ma ho a casa mia madre che mi aspetta e non si preoccupi non è successo nulla.”

“Allora l’accompagno a casa, almeno questo la prego.”

Susanna si aprì in un sorriso e accettò il passaggio, in fondo  quel signore le sembrava una persona così per bene.

Non stava più nella pelle e stava pensando al momento nel quale l’avrebbe presa e fatta sua, lo stava gustando e intanto intratteneva Susanna in una piacevole conversazione su dove sarebbe andata in vacanza.

Lei era davvero molto bella e avrebbe potuto essere la sua donna ideale – pensò –  ma era troppo giovane.

Susanna abitava fuori città; gli aveva raccontato che per arrivare al lavoro doveva prendere due autobus e che si svegliava  molto presto la mattina proprio per la distanza.

Fabrizio si guardò intorno; era il posto giusto per ferrnarsi, non c’erano case, solo campagna.

La notte  era scesa senza far rumore e questo lo indispettiva ; avrebbe voluto una tempesta a sugellare quel momento, a dargli la musica giusta per l’atto che si sarebbe compiuto di li a poco.

Susanna lo guardò con lo sguardo stupito, non capiva perché si fosse fermato, non ebbe il tempo di dire nulla; le mani di Fabrizio le stavano stringendo il collo; pochi minuti e sarebbe finito.

Ora era sua poteva giocare con lei; godere del suo odore e di tutto ciò che gli dava felicità.

La spogliò e la pelle ambrata gli fece provare un piacere così intenso che non  riuscì a contenerlo; continuò a guardarla a lungo e poi affondò le mani ovunque immaginando di essere tra i mucchi di grano a rotolarsi.

Il rumore lontano di una macchina lo fece ritornare alla realtà, a quel corpo senza vita a ciò che aveva fatto.

Guardò il cielo, annusò l’aria fresca di quella notte primaverile; seppe in quel monento che non avrebbe provato più la felicità che gli aveva donato Susanna e il suo corpo.

Scese dalla macchina, prese il corpo di Susanna tra le braccia; non era lontano dalla ferrovia.

Sali lungo il piccolo tratto che lo portava ai binari; sentiva da lontano il rumore del treno in arrivo; si mise al centro e aspettò.

Ore 21,59, non era una notte buia e tempestosa.

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