Le ballotte. Racconto A15 “Contest All’ultimo minuto”

All’ultimo minuto è il contest di scrittura a tempo del Garfagnana in giallo. La prima edizione ha visto numerosi autori sfidarsi partendo dall’incipit di Alice Basso. In vista della premiazione del Garfagnana in Giallo 2022, che si terrà a metà luglio, pubblichiamo i racconti per la lettura e la valutazione da parte dei lettori e dei giurati. Il bando lo potete trovare qui  www.garfagnanaingiallo.it Scadenza 15 giugno 2022

Le ballotte.

Non era affatto una notte buia e tempestosa. Magari lo fosse stata. Una di quelle belle nottate di tormenta, in cui il vento ulula e la pioggia sferza i vetri, e qualsiasi impresa tu intraprenda si ammanta di dramma e di pathos.

Quanto gli/le sarebbe piaciuto, avere un po’ di supporto scenografico da parte di Madre Natura. Così, tanto per aiutare la motivazione, per rendere ancora più epico e memorabile ciò che lui/lei era in procinto di fare.

Invece: niente. Aria ferma. Calma piatta. Nessun cenno di empatia da parte del cosmo.

Si rimboccò le maniche. Non importava che l’universo sembrasse imperturbato e indifferente: lui/lei aveva da fare una cosa di capitale importanza. Una cosa che gli/le avrebbe cambiato la vita.

Posò quindi la ciotola delle castagne, tirò i gusci nell’indifferenziata, spargendone un po’ sul pavimento e versò le castagne sbucciate in un pentolino che riempì d’acqua aggiustando con un cucchiaino di sale e infine regolò la temperatura del piano a induzione. Afferrò le forbici da cucina e si diresse in giardino. La luce del lampione all’angolo della strada, le era sufficiente per raggiungere il lauro, tagliò un paio di foglie, di quelle belle grosse e se le portò al naso. Il profumo la catapultò fra le mani secche e bianche della nonna, la sua voce le risuonò nelle orecchie: “Leva il picciolo prima di calarle nell’acqua, altrimenti diventa amara.”

Appena in casa fece scorrere l’acqua fredda sulle foglie, poi prese a inciderle per togliere il picciolo e le tuffò fra le castagne. Regolò il timer sui trenta minuti e uscì, tirandosi dietro la porta. Le stradine erano deserte come ogni sera. Si tirò il cappuccio sul capo e si portò la mano alla schiena per accertarsi che le forbici rimanevano stabili nella cintura dei jeans. Si inoltrò per via di San Francesco che portava dritto alla parte vecchia del paese, quella rimasta distrutta sotto le tremende scosse di terremoto del secolo appena trascorso. Doveva fare attenzione a dove metteva i piedi, lassù solo la luna riusciva a illuminare le macerie. Quando svoltò dietro il campanile, la luce della fiammella le squarciò gli occhi. Si fermò ansimante. Battè più volte le ciglia, si stropicciò gli occhi. Riprese il cammino puntando dritto verso la finestra dove la luce della candela le disegnava il cammino. Lo aveva conosciuto all’inizio dell’estate, fin da subito aveva capito che non era un incontro normale. Gli era stato presentato da sua cugina Crescenza mentre tenevano i piedi nell’acqua della risacca. Lui si limitò a sorriderle e poi andò oltre, verso gli scogli. Lei lo seguì. Si sedettero a guardare il mare all’orizzonte. Da lassù pareva tutto così lontano, persino le chiacchiere delle comari. Le parlò dell’amore, quello universale. Lei non oppose resistenza a quelle dolci parole e anzi le abbracciò in men che non si dica. In un anno circa dilapidò il patrimonio di famiglia, le pareva così giusto dividere il  superfluo con i paesani che invece, con abili mosse, si impossessarono della villa e dei vigneti, delle terre adibite a castagneti. Lei si ritirò a vivere nella vecchia casa della nonna, non sopportava gli sguardi furbi dei paesani che  si posavano su lei mentre si scambiavano sorrisi acidi fra loro.

“Ti stavo aspettando” disse, quando lei, portandosi una mano alla fronte, entrò nell’angusta stanza. Avvertì  una calura insolita avvamparle la testa, si convinse di avere la febbre, difatti giorni prima aveva camminato per un buon tratto sotto la pioggia cercando di levarsi di dosso quei pensieri ma non c’era stato verso. Le si erano intrecciati nelle ciocche che scendevano ribelli a coprirle il collo taurino, che fu  il suo cruccio da adolescente e che per questo, ancora adesso, portava maglioni a collo alto in inverno e foulard d’estate. Si portò una mano sulla guancia come a concentrarsi su quello che si era ripromessa di fare. Il suo sguardo spiritato si posò sulla pelle di lui, ambrata e lucida come i riflessi dei capelli neri e ispidi che gli arrivavano al fondo schiena. Stava seduto a gambe incrociate, non si mosse neppure quando lei tirò fuori le forbici. Non emise nessun suono quando la lama balenò nel buio. I suoi occhi erano come porto quieto.

Lei allora si lasciò cadere sulle ginocchia, le forbici rimbalzarono sul pavimento di pietra lavica.

“Non posso farlo, ho fallito anche in questo.” Ammise a testa china.

“Hai superato l’ultima prova invece, quella di abbandonare il volgare accumulo di ricchezze nel mondo.” Le disse.

“Sono pronta maestro, dimmi cosa devo fare.” Gli disse fra le lacrime che scendevano copiose ma a testa alta.

“Seguimi.”

“Dove andiamo, maestro?”

“Un vero peccato sarebbe sprecare quelle castagne lesse, non trovi?” detto questo, avanzò il passo, lei riuscì a stargli dietro e proprio mentre infilava la chiave nella toppa, un profumo di ballotte li investì.

Mangiarono di gusto, bevendo un buon bicchiere di vino rosso e intanto la conoscenza del maestro passava a lei così cristallina da indurla a comprendere i misteri dell’universo. L’indomani avrebbero lasciato anche la casa della nonna per avventurarsi fra le strade del mondo.

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