Sacrosante ragioni. Racconto A16 “Contest All’ultimo minuto”

All’ultimo minuto è il contest di scrittura a tempo del Garfagnana in giallo. La prima edizione ha visto numerosi autori sfidarsi partendo dall’incipit di Alice Basso. In vista della premiazione del Garfagnana in Giallo 2022, che si terrà a metà luglio, pubblichiamo i racconti per la lettura e la valutazione da parte dei lettori e dei giurati. Il bando lo potete trovare qui  www.garfagnanaingiallo.it Scadenza 15 giugno 2022

Sacrosante ragioni.

Non era affatto una notte buia e tempestosa. Magari lo fosse stata. Una di quelle belle nottate di tormenta, in cui il vento ulula e la pioggia sferza i vetri, e qualsiasi impresa tu intraprenda si ammanta di dramma e di pathos.

Quanto gli sarebbe piaciuto, avere un po’ di supporto scenografico da parte di Madre Natura. Così, tanto per aiutare la motivazione, per rendere ancora più epico e memorabile ciò che lui era in procinto di fare.

Invece: niente. Aria ferma. Calma piatta. Nessun cenno di empatia da parte del cosmo.

Si rimboccò le maniche. Non importava che l’universo sembrasse imperturbato e indifferente: lui aveva da fare una cosa di capitale importanza. Una cosa che gli avrebbe cambiato la vita.

Inspirò a fondo e prese la vanga appoggiata al capanno degli attrezzi. Pesava parecchio, dannazione: ce l’avrebbe fatta a scavare la buca prima dell’alba, con quel fisico mingherlino che si ritrovava in dotazione? Confidava nell’adrenalina, certo, ma sarebbe bastata a spostare quintali di terra, caricarsi il cadavere sulle spalle, infilarlo nella sua ultima dimora e ricoprirlo in tempo per tornare a casa, farsi una doccia e andare a messa? Il piano nella sua mente era perfetto fin nei minimi dettagli, ma un nonnulla e sarebbe andato a scatafascio. Il crimine non è mai a prova di bomba, nemmeno se le ragioni per commetterlo sono sacrosante.

All’improvviso sentì un brivido lungo la schiena: ossignore, era forse il dito della Mietitrice ad accarezzargli la spina dorsale? O forse non aveva sfondato il cranio del vecchio come credeva e adesso quel marpione voleva buttarci lui, nella tomba in riva al rigagnolo dell’orto comune? Deglutì e si voltò lentamente, la cervicale rigida come un pilastro di cemento. No, non c’era nessuno: solo il buio, puntinato di lucciole. Un refolo di alito agostano gli avvolse il volto e sbatté le palpebre per scacciare una goccia di sudore. “È senz’altro l’andropausa” pensò. “Pianifichi questo delitto da così tanto tempo che non puoi essere nervoso, suvvia” cercò di rincuorarsi ignorando il tamburo che gli batteva in petto. “Adesso al lavoro, forza!”

Si sputò sulle mani, rinforzò la presa sul manico e affondò la lama nel terreno, una bella spinta con la suola dello scarpone e via la prima palata di torba. Era più morbido di quanto immaginasse, tanto meglio. Si concesse un sorriso e in qualche istante acquistò il ritmo giusto. Un due tre, oplà. Quattro cinque sei, avanti. Sette otto nove, alé. Per aiutarsi a scandire il tempo recitava la formazione del Grande Torino come un rosario, perché francamente una serie di Ave Maria e qualche mistero glorioso gli sarebbero sembrati fuori luogo. Bacigalupo, Ballarin, Maroso. Palata. Grezar, Rigamonti, Castigliano. Due palate. Menti, Loik, Gabetto. Tre colpi di vanga. Mazzola, Ossola. Riposo. Sorso d’acqua. Occhi al cielo per valutare lo spostamento della luna. Ascolto del frinire dei grilli. Avanti.

Ma… cos’era quell’ombra sulla buca sempre più profonda? Sentì gli occhi spalancarsi. Qualcosa si stava muovendo sopra la sua testa. Si bloccò con l’attrezzo a mezz’asta e sollevò il naso in aria. Due pipistrelli stavano volteggiando intorno a un lampione. Tirò un sospiro di sollievo e riprese a scavare, lo scorrere del fiumiciattolo un sottofondo ideale per il suo salmodiare. Si fermò solo quando reputò la dimensione della fossa grande a sufficienza per contenere il corpo del ciccione.

Posò la vanga e guardò il sacco dentro cui gli aveva infilato il testone spappolato. Raggio di sole nutrizione per animali, c’era scritto. Mangime. Nella cascina del vecchio porco ce n’erano a bizzeffe, di quei sacchi bianchi: resistenti, impermeabili, a prova di sospetto nel caso una pattuglia l’avesse fermato mentre andava all’orto. Perché i carabinieri lo sapevano benissimo che Don Pino teneva le galline dietro la sagrestia e si faceva comprare i sacchi da venticinque chili dal suo amico d’infanzia che aveva le vacche, quindi il fatto di averne il baule pieno non avrebbe destato sospetti alle due del mattino. Lo sapevano benissimo, i carabinieri, che il sacerdote e il contadino passavano i venerdì sera a giocare a briscola davanti a una bottiglia di Dolcetto. Comunque non c’era stata nessuna pattuglia lungo il tragitto tra la fattoria del suo vecchio compagno di banco e l’orto dove i ragazzi dell’oratorio – quelli un po’ sbandati – lavoravano sotto la sua supervisione per rimettersi in pace col mondo attraverso il sudore della fronte e i calli delle mani. Tanto meglio.

Don Pino afferrò un lembo del sacco e lo trascinò verso la buca. No, non ce l’avrebbe fatta a caricarselo a spalle, aveva già faticato a dismisura per infilarlo in macchina. Un calcio e plop, Giacomino rotolò nella sua tomba. Il sacerdote si fece il segno della croce e recitò un eterno riposo per accompagnare l’anima di quel vecchio peccatore alla sua dimora celeste. L’estrema unzione gliel’aveva già data insieme alla botta che l’aveva tramortito. “La verità sta solo sulla bocca degli ubriachi e dei bambini” gli diceva sempre sua nonna, e oh se aveva ragione! Giacomino si era sbottonato, quella sera, chiedendo all’amico prete di confessarlo. E finalmente Don Pino aveva trovato riscontro ai suoi sospetti, quelli che gli avevano fatto elucubrare il delitto quando ne aveva subodorato la puzza, anche se mai avrebbe immaginato di sentire tali e tante nefandezze uscire dalla bocca dell’uomo con cui si era sbucciato le ginocchia da bambino.

Non ci aveva più visto, aveva capito di aver fatto bene a progettare l’esecuzione e lo smaltimento del disgraziato. L’assoluzione gliel’aveva data, sì, ma sotto forma di attrezzo agricolo ben assestato sul cranio. “I ragazzini e le donne non si toccano, maiale!” gli aveva urlato mentre prendeva la mira. E poi crac, il rumore di ossa spezzate aveva invaso il silenzio della baracca in cortile dove fino a un momento prima avevano bevuto ricordando i vecchi tempi tra cuori, fiori, quadri e picche. Don Pino scosse la testa e riprese a lavorare di buona lena per coprire in fretta il corpo di Giacomino: la luna era ormai dietro la montagna, di lì a poco avrebbe albeggiato.

Quando finalmente terminò il lavoro – sì, la terra era un po’ smossa, ma avrebbe dato la colpa ai cinghiali che grufolavano da quelle parti alla ricerca di patate – si concesse un attimo di tregua pregando per la salvezza della propria anima. «L’ho fatto per proteggerli» disse ad alta voce, gli occhi rivolti all’alto dei cieli. Come se il suo superiore già non lo sapesse, Lui che leggeva nel cuore di tutti. Ma Don Pino aveva bisogno di esternarlo.

«Già».

E adesso da dove arrivava quella voce? Una cascata di cubetti di ghiaccio giù per il clergyman gli avrebbero gelato il sangue meno di quel tono roco dietro le spalle. Girò gli occhi verso il capanno degli attrezzi e lo vide. Appoggiato alla baracca, le braccia conserte, un puntino rosso all’altezza del volto. Una sigaretta, come aveva fatto a non sentire l’odore di fumo? Deglutì a vuoto.

«Chi sei? Cosa vuoi?»

L’altro tossì. O forse rise.

«Un amico, non preoccuparti Don Pino l’assassino».

Lo riconobbe. Solo lui, tra tutti i ragazzi dell’orto condiviso, si divertiva a fare le rime.

«Non voglio niente, tranquillo. Solo ringraziarti. Quel vecchio laido importunava anche me, quand’ero piccolo. E mia sorella».

Don Pino tirò un sospiro di sollievo. No, il ragazzo non l’avrebbe denunciato. Era un bravo chierichetto.

«Vieni, Don Pino del Grande Torino. Ti offro un liquorino prima della messa del mattino».

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